Dalla provincia al tetto del mondo: la straordinaria parabola di Andrea Zorzi

3 Marzo 2026

Due volte campione del mondo, tre volte campione europeo e medaglia d’argento ai Giochi olimpici di Atlanta. E ancora scrittore, commentatore tv, ideatore di programmi, attore teatrale e molto di più. Andrea Zorzi, pallavolista schiacciatore ha lasciato un segno indelebile nel panorama sportivo italiano e internazionale e la sua leadership e capacità di motivare e ispirare rimangono inalterate anche fuori dal campo. Andrea Zorzi tre volte campione europeo, due volte campione del mondo di volley a cavallo degli anni Novanta, ma intanto ripercorriamo le tue origini da pallavolista, partendo proprio dal tuo paese di Torreselle di Piombino Dese, dove sei nato e hai ancora la tua famiglia e gli amici della scuola… “Per me iniziare a giocare a pallavolo a Silvelle è stata una bellissima casualità. In quegli anni frequentavo il Liceo classico Giorgione a Castelfranco Veneto. Fra l’altro la scelta del Classico non fu voluta ma fu una conseguenza in quanto lo Scientifico era già pieno e per un ragazzo fuori provincia come me, non avrebbero aperto un’altra sessione quindi era l’unica possibilità, poi eventualmente durante l’annata si avrebbe potuto ipotizzare la possibilità di cambio. Invece rimasi a fare il Classico per tutti i cinque anni: il motivo della scelta era quello che era più facile arrivare a Castelfranco veneto con i mezzi pubblici che non a Camposampiero. Iniziò questa scuola comunque, senza averla scelta, ma è stata la mia fortuna!”. Come mai Andrea? “Iniziamo subito con il professore di ginnastica, un certo Pilotto che ricordo ancora, il quale in quegli anni aveva rapporti con la Silvellese volley che ad un certo punto mi disse: Ma tu così alto giochi a pallavolo? Ed io gli risposi di no, che non faccio nulla, quindi lui mi ha invitato a provare a Silvelle. In quegli anni ricordo che mi vergognavo della mia altezza, sono andato a provare ma la mia idea non era quella di diventare un campione ma di far qualcosa per mettere a frutto la mia altezza, piuttosto che sentirla un peso per me. Stare in mezzo alla gente alta mi metteva a mio agio per superare proprio il trauma della mia altezza. Questa ragione a livello personale poi è diventata una bellissima coincidenza e occasione per conoscere persone, per girare il mondo, per vincere tanto ma soprattutto ha segnato per sempre la mia vita”. E dopo la Silvolley? “Avendo comunque iniziato molto tardi, cioè a 16 anni, ho giocato due anni o meglio, mi hanno tenuto, ma per l’amor di Dio non ero un così bravo giocatore ma accadde che Giorgio Baldin, che in quegli anni era il direttore sportivo del Termotech Padova, si accorgesse di me. In quegli anni a Padova c’erano due squadre, per l’appunto la Termotech ed il Petrarca che era la squadra di punta in quegli anni. Ma accadde appunto che Baldin venisse a sapere di questo alto ragazzo e mi chiese di giocare con loro. Ne ho parlato con i miei genitori e loro furono d’accordo, proprio in quegli anni mia mamma andò in pensione. Era infermiera al manicomio all’isola di San Clemente a Venezia. E così ha terminato il lavoro e subito si è presa l’impegno di accompagnarmi a Padova tutti i giorni. Io avevo solo il foglio rosa, stavo per farmi la patente di guida; per far pratica guidavo sia all’andata che il ritorno e lei mi aspettava e mi faceva da tutor durante la guida. E questa fu la mia prima esperienza fuori dalle mura di casa, intanto rimasi a Padova per due anni giocando in C2 ed in A2. Nel contempo avevo iniziato a far parte del gruppo della nazionale Juniores. Ma ripeto, io non ero un talento, fra l’altro ho iniziato tardi a giocare, ma ero potenzialmente forte per la mia altezza, ma sono stato anche fortunato, in quanto negli anni 1982983, la nazionale di pallavolo, stava facendo una selezione molto accurata dei giovani che in quegli anni stavano crescendo, in quanto l’Italia avrebbe organizzato i mondiali Juniores nel 1985. E ci sono andato anch’io, ma il mio livello rispetto ai miei compagni era molto diverso. Sono riuscito a crescere molto in fretta ma ero un ragazzotto lungo, lungo, che si impegnava molto, ci provava e per tutti ero un investimento per il futuro. Ma poi ha un avuto un esito positivo sia per loro che per noi e questo fu proprio l’inizio della mia carriera…”. E dopo aver giocato i Mondiali Juniores in Italia? “Arrivò poi l’offerta della Maxi-cono di Parma che in quegli anni insieme a Modena erano le squadre più forti d’Italia. L’Emilia storicamente fu la culla della pallavolo in Italia. Ed a vent’anni anni per me fu una scelta importante, dovevo andarmene dal mio paese e vivere in un’altra città. Cose naturalmente decise con i genitori, Albino e Diana, che si spostavano ogni qualvolta c’era una partita di campionato. E loro sono stati sempre presenti! A Parma rimasi per cinque anni”. Altre tappe della tua lunga carriera? “Dopo Parma iniziai l’avventura di Milano per quattro anni, Treviso per due anni e Macerata dove ho trascorso due bei anni, gli ultimi della mia carriera, chiudendola da giocatore all’età di trentatré anni. Poi come giornalista ho iniziato a collaborare per la Rai, La Gazzetta dello Sport e ancora oggi e da molti anni, collaboro con Sky. La seconda parte della vita, se così vogliamo dire, mi occupo di teatro come responsabile tecnico della Compagnia di danza Katacloè di Giulia Staccioli, ex-atleta di ginnasta ritmica e mia moglie”. Come mai quando giocavi nella Nazionale tutti ti conoscevano con il nome di “Zorro”? “Perché in quella nostra nazionale c’erano tanti Andrea: Lucchetta, Giani, Sartoretti, Nastasi e ognuno doveva impegnarsi a trovarsi un soprannome ed il passaggio da Zorzi a Zorro è stato molto semplice!”. Cosa tieni dentro di te di quelle vittorie e tanti momenti esaltanti? “Ho sessantuno anni e quando mi guardo indietro sono molto felice, sono stato fortunato di aver fatto parte di un gruppo molto molto forte, abbiamo vinto molto! Naturalmente come in ogni gruppo, c’era qualche discussione ma fa parte del gioco, della vita integrante di ogni gruppo. Quello che adesso rimane è quello di girare il mondo, ritrovarsi, stare ancora insieme, riassaporare le vittorie di quel tempo, ma le vittorie con il tempo sono solo una parte di quei ricordi, ma non sono tutto! Ovviamente il ricordo è legato al fatto che quel gruppo, dal 1989 al 1998, ha vinto ben diciotto medaglie d’oro!”.

Dario Guerra

Intervista del mese