
Sul conflitto Israele-Usa contro l’Iran, avevo già scritto preventivamente nel numero di febbraio ma, sono costretto a tornarci su, purtroppo, a conflitto avviato. Penso che ci sono momenti nella storia in cui il silenzio pesa più delle parole. E quello che stiamo vivendo in queste settimane è uno di quei momenti. Gli Stati uniti e Israele hanno aperto un nuovo fronte di guerra contro l’Iran. Una decisione grave, pericolosa, che lo stesso ministro della Difesa Guido Crosetto, riferendo in Parlamento, ha definito chiaramente: un’azione al di fuori della legalità internazionale. L’Italia, ha detto, non l’ha condivisa, non è stata coinvolta. Eppure la guerra c’è. E le sue onde d’urto arrivano anche qui, fino alle nostre case. Perché quando si muovono gli equilibri del Medioriente non è mai una questione lontana: si muovono i prezzi dell’energia, del petrolio, del gas, si muovono le rotte commerciali, si muovono i mercati. E alla fine, come sempre, il conto arriva ai cittadini europei. Ma c’è una domanda che pesa più delle altre: dov’è l’Europa? In queste settimane il continente che ama definirsi culla del diritto, della diplomazia e del multilateralismo sembra scomparso dal radar della storia. Un vuoto quasi cosmico. Un continente che osserva, commenta, si coordina tecnicamente per garantire rotte commerciali e sicurezza dei traffici, ma che non riesce a dire una parola politica chiara sulla guerra che si sta consumando. L’Europa non parla. Non media. Non propone. Non guida. E se qualcuno alza la voce, lo fa quasi in solitudine. La Spagna, per esempio, ha espresso una posizione più netta: no alla guerra, chiedendo prudenza, diritto internazionale, diplomazia. Ma il resto del continente sembra avvolto in una prudenza che assomiglia sempre più a una forma di irrilevanza. Nel frattempo, mentre la politica europea resta sospesa, scopriamo ancora una volta quanto la guerra passi anche da casa nostra. In Italia ci sono oltre centoventi installazioni militari statunitensi. Alcune sono basi vere e proprie, altre centri logistici, radar, antenne, depositi. In totale circa tredicimila militari americani, che diventano oltre ventimila se si considerano famiglie e personale di supporto. E qui nasce un’altra domanda. Il governo assicura che le basi non vengono utilizzate per azioni di combattimento. Giornalisti e osservatori indipendenti parlano però di un’attività intensa e anomala. Gli accordi tra Italia e Stati uniti, molti dei quali ancora coperti da riservatezza, rendono difficile capire dove finisca la logistica e dove cominci la partecipazione indiretta. È la guerra del XXI secolo: meno dichiarazioni formali, più dati, più immagini, più informazioni. La guerra passa dai cieli e dai server prima ancora che dalle bombe. Ma mentre le grandi potenze muovono le loro pedine, l’Europa resta ferma. Ed è forse questa la questione più inquietante. Perché un continente che non riesce a parlare quando il mondo entra in guerra rischia di scoprire, prima o poi, di non contare più nulla. E allora sì, alla fine il prezzo lo pagheremo, anzi lo stiamo già pagando noi: con bollette più alte, instabilità economica, tensioni geopolitiche sempre più vicine. La domanda, semplice e disarmante, resta lì. Se l’Europa non trova la voce quando il mondo brucia, quando la troverà?