
Negli ultimi anni la diffusione degli smartphone ha aperto un dibattito sempre più acceso sul loro impatto psicologico, in particolare tra i più giovani. Quando però l’uso quotidiano supera una certa soglia, può trasformarsi in qualcosa di più complesso e problematico. Per approfondire il tema, abbiamo intervistato uno psichiatra, il professor dottor Luigi Gallimberti, psichiatra e volto noto tv, che ha condiviso esperienze cliniche e riflessioni maturate sul campo. Alla domanda se gli sia mai capitato di trattare pazienti con una dipendenza da smartphone, il professore racconta alcuni episodi significativi: “Mi è capitato di avere in cura dei soggetti di 18 e 19 anni perché fino a qualche tempo fa non era autorizzato il trattamento mediante Rtms (Stimolazione magnetica transcranica), è una scoperta che abbiamo fatto nel 2015, e che permette, attraverso le onde magnetiche, di curare e guarire chi è dipendente dalla cocaina. In un paio di situazioni mi è capitato che due giovani ragazzi dipendenti da cocaina, trattati per la cocaina, sono venuti da me a dirmi: ma scusi, io guardavo 10 ore al giorno lo smartphone, e adesso mi ritrovo con l’App che mi dice che non sono più di 30 o 40 minuti. Cosa mi avete fatto?”. Un riscontro che suggerisce una possibile connessione tra dipendenze da sostanze e comportamentali: “Questa è una prima dimostrazione indiretta, ma importante, che la dipendenza da smartphone ha fortissime analogie con le dipendenze, prevalentemente nella componente comportamentale”. Un secondo caso clinico rafforza questa ipotesi: “La seconda esperienza riguarda un giovane di 19 anni, studente di Ingegneria, che non riusciva più a studiare perché, appena si metteva al computer, passava 10 o 12 ore al giorno, al punto da preferire stare il sabato e la domenica al computer piuttosto che uscire con la fidanzata”. Professore, ma cosa si intende, esattamente, per dipendenza? Lo psichiatra offre una definizione chiara: “Una dipendenza è sostanzialmente l’incapacità di controllare le cose che si fanno e che producono piacere secondo le proprie intenzioni”. Ecco perché la prevenzione deve iniziare molto presto, già durante l’infanzia: “Educare i bambini all’attesa permette di sviluppare la corteccia prefrontale, che non nasce formata ma cresce attraverso l’esperienza e la fatica dell’attendere. Se insegniamo ai ragazzi ad attendere, permettiamo loro di controllare i propri comportamenti. Se questa parte del cervello è ipofunzionante, come accade in chi viene sempre accontentato, si aprono le porte a problemi legati alle dipendenze”. Un concetto espresso ne “Le tre regole d’oro”, un progetto culturale ed educativo della fondazione “Novella Fronda” Ets Luigi Galimberti con la collaborazione del Comune di Padova, nel quale si spiega perché pazientare, dormire e disconnettersi, sono le tre regole per prevenire le nuove forme di dipendenza (letreregoledoro.it). Nello nostro organismo, dal punto di vista neurologico, l’uso intensivo dello smartphone agisce direttamente sui circuiti del piacere: “Esiste una parte del cervello chiamata centro della salienza o della gratificazione, una piccolissima porzione che, se stimolata, provoca piacere. È una struttura antichissima, fondamentale per la sopravvivenza. Il problema nasce quando viene stimolata troppe volte, con troppa intensità e per troppo tempo: si crea un circolo vizioso che porta alla dipendenza”. Ma dove si colloca il confine tra uso intenso e vera dipendenza? “Lo capisce se lei vuole scrollare il cellulare per mezz’ora e poi si ritrova dopo otto ore ancora lì. La perdita di controllo è il segnale più chiaro per capire se c’è o non c’è una dipendenza”. Sul piano scientifico, tuttavia, il tema resta oggetto di discussione: “C’è una disputa accademica: alcuni neuroscienziati sostengono che il cervello non sia abbastanza maturo per sviluppare una dipendenza da smartphone. Io ne ho viste troppe e sono convinto che le condizioni ci siano” chiosa il professore. Particolarmente suggestivo è il parallelo tracciato tra innamoramento e dipendenza da sostanze: “Parliamo delle aree della gratificazione, che sono iperfunzionanti. Un innamorato, all’apice, perde la testa, non gli basta mai il tempo con l’altra persona. Se viene lasciato, può arrivare a comportamenti estremi. Questo è esattamente quello che succede a chi è dipendente dalla cocaina”. Al centro di questi meccanismi c’è un elemento chiave della neurochimica: “La dopamina è stata definita la regina del corpo di ballo dei neurotrasmettitori: è quella che fa funzionare tutto il sistema del piacere e del dispiacere”. Nonostante le evidenze cliniche, la dipendenza da smartphone non è ancora ufficialmente riconosciuta: “Ci sono dibattiti in corso, basati soprattutto su riflessioni teoriche. Noi abbiamo trattato circa 3.000 pazienti in 10 anni e fatto 150.000 stimolazioni magnetiche: è una dipendenza che va curata e soprattutto prevenuta”. Infine, il medico sottolinea l’importanza della prevenzione, anche attraverso regole semplici, come ad esempio “Le tre regole d’oro” delle quali si accennava precedentemente. Una dipendenza si sviluppa attraverso una modificazione del sistema nervoso: per curarla bisogna intervenire sul sistema nervoso, e per prevenirla bisogna evitare che queste modificazioni avvengano.
Fabrizio Lanza