
L’estate 2026 verrà ricordata non solo per il caldo, ma anche per le stragi di migranti, che questa volta hanno colpito la Spagna, dove l’enclave di Ceuta è diventata la terra promessa di migliaia di disperati provenienti dall’Africa centrale, ora accampati tra sporcizia e degrado, senza prospettive. La questione “Ceuta” è la manifestazione evidente dell’incapacità del Governo Sanchez di gestire il fenomeno migratorio, ma è anche e soprattutto la rappresentazione di quanto sia pericoloso ingenerare nelle popolazioni più povere l’illusione di un’Europa ricca e prospera, pronta ad accogliere tutti. In questo caso, sembra (da indiscrezioni giornalistiche) che il messaggio “distorto” sia stato veicolato dai media, sotto la spinta di potenze straniere arrabbiate con l’Ue, come Russia o Israele. Di fronte ai rischi derivanti dalla libera circolazione delle persone in area Ue, l’Italia ha sospeso l’applicazione dell’Accordo di Schengen nei confronti della Spagna, per evitare l’ingresso di migranti di dubbia provenienza nel nostro paese. In chiave ritorsiva, Madrid ha ricambiato la misura, sottoponendo a controlli alle frontiere tutti i nostri connazionali diretti nella penisola iberica. La Commissione Europa non è stata di grande aiuto, nel risolvere in modo efficace il conflitto tra Meloni ed il premier spagnolo, con la sola conseguenza di offrire argomento utile alle opposizioni interne per attaccare l’esecutivo in carica. Di fronte a questi teatrini, quale paese potrebbe ambire ad entrare nella compagine comunitaria? Non è un caso se l’Islanda ha sospeso i negoziati per l’ingresso nell’Unione, all’esito di un referendum che ha visto la prevalenza dei voti contrari (52 per cento) sui favorevoli all’adesione (48 per cento), evidenziando la sostanziale diffidenza nei confronti di un’Unione fondata su meccanismi decisionali difficoltosi, ormai ostaggio dei grandi eventi che vedono come protagoniste ben altre realtà, storicamente dominanti sulla scena mondiale (come gli Usa). Dagli anni ’50 ad oggi, indubbiamente l’Europa ha favorito il sorgere di un’area di libero scambio in cui fosse stimolata la concorrenza, al fine di promuovere lo sviluppo economico degli Stati aderenti, anche grazie al riconoscimento, a tutti i cittadini europei, di diritti e libertà fondamentali, formalizzati dalla Carta di Nizza del 2000. Nel tempo, l’Unione europea ha visto l’ingresso di paesi dell’ex-Urss, giungendo ad annoverare ben ventisette Stati membri, mantenendo però i “vecchi” sistemi decisionali, che ostacolano il formarsi di una volontà comune, prevedendo il veto sulle decisioni più importanti, come quelle in politica estera, attraverso la previsione di un voto unanime, di pressoché impossibile raggiungimento. Una debolezza intrinseca, già di per sé sufficiente a giustificare la scarsa incisività nel contesto internazionale. Un vero peccato, se solo si considera che in campo di politica monetaria, con l’introduzione dell’Euro e con la gestione del Sistema europeo delle banche centrali, sono stati evitati disastri, come quello che avrebbe potuto portare l’Italia sull’orlo del baratro negli anni ’90, con la svalutazione della Lira. Notevole l’operato del governatore della Bce Mario Draghi nello scorso decennio, che con il suo “whatever it takes” ha contenuto una inflazione dilagante.
Personalità forti come quella del nostro ex-premier avrebbero permesso all’Europa di distinguersi. La scelta di stare nella mediocrità, ha portato invece alla fase di ristagno attuale, all’incapacità di reazione, degna dell’immagine della Evelyn di Joyce, che di fronte all’opportunità di imbarcarsi e cambiare vita, si è girata ed è tornata ad una esistenza priva di stimoli. In questa situazione, anziché prendere il largo, l’Unione europea viene invece raggiunta da altre barche, colme di profughi pronti a rischiare la vita, sulla base di un falso mito. Speriamo che la fine della stagione torrida riporti la lucidità in chi fa parte degli organi comunitari, per una presa di coscienza seria dei problemi di una fase storica delicata.
Silvia Covolo