Vannacci non è la domanda. La domanda è: quali spazi ha lasciato vuoti la politica?

29 Settembre 2026

Durante queste vacanze estive ho incontrato cittadini, amministratori, persone impegnate nei partiti e altre lontane dalla politica. Conversazioni nate davanti ad un caffè o camminando in montagna. E un nome è tornato più volte: Roberto Vannacci. Non mi interessa stabilire se piaccia o meno, né entrare nel merito delle sue posizioni. Mi interessa capire un fenomeno. Quando qualcuno raccoglie attenzione e consenso, la politica dovrebbe chiedersi: perché sta accadendo? Durante una camminata ho avuto un confronto con un ex-generale della Folgore. Mi ha detto una cosa che mi è rimasta impressa: un militare che entra in politica può portare con sé un patrimonio importante. La formazione militare, soprattutto ai livelli più alti, è rigorosa: studio, disciplina, organizzazione, capacità di decidere sotto pressione, esperienze internazionali e spesso conoscenza delle lingue. Chi ha servito all’estero conosce Paesi e culture che non si imparano soltanto sui libri. Non perché la divisa renda automaticamente migliori, ma perché preparazione e responsabilità sono qualità utili anche nella vita pubblica. Poi il generale ha usato una metafora che mi ha fatto riflettere: la “tattica di infiltrazione”. Attenzione: non parlava di infiltrazioni nei partiti o nelle istituzioni e non attribuiva comportamenti scorretti a Vannacci. Parlava di strategia militare. Nella Prima guerra mondiale queste tattiche cercavano, dove possibile, di evitare l’urto frontale contro i punti più forti, individuando varchi e zone meno presidiate. E allora mi sono chiesto: quali sono oggi i “varchi” lasciati aperti dalla politica? I cittadini che non votano più. I giovani che non si sentono rappresentati. Le imprese che chiedono risposte e incontrano burocrazia. I territori che percepiscono lontani i luoghi dove si decide. Le persone che chiedono qualcuno disposto ad ascoltarle. Da amministratore comunale e consigliere provinciale lo vedo continuamente. La gente non ti ferma per discutere di tattiche parlamentari. Ti parla della strada, del lavoro, dell’impresa che vuole investire, della sicurezza, dell’ambiente, dei figli, dei servizi. È lì che la politica viene giudicata. Per questo liquidare Vannacci con un’etichetta sarebbe un errore. Così come sarebbe sbagliato pensare che basti imitarne linguaggio e stile. Bisogna capire perché una parte degli italiani ha deciso di ascoltarlo. Ma da quella conversazione nasce anche una seconda domanda. Se disciplina, preparazione, strategia e capacità decisionale sono qualità utili, cosa accadrebbe se la politica fosse composta soltanto, o prevalentemente, da persone con formazione militare? Non perché i militari rappresentino un pericolo. Sarebbe ingiusto sostenerlo. Il punto è un altro: governare non significa comandare. Una democrazia ha bisogno di decisione, ma anche di mediazione; di autorità, ma anche di ascolto; di regole, ma anche di pluralismo. Ha bisogno del militare come dell’imprenditore, dell’insegnante, dell’operaio, del professionista, del giovane, del volontario e dell’amministratore locale. La forza delle istituzioni nasce dall’incontro tra esperienze diverse. Ed è forse questa la parte più interessante del fenomeno Vannacci: ci costringe a interrogarci non soltanto su chi cresce, ma su chi ha lasciato spazio perché potesse crescere. Perché il consenso non si disprezza. Si comprende. Se un territorio non viene ascoltato, qualcuno lo ascolterà. Se una comunità non trova rappresentanza, la cercherà altrove. Se la politica lascia uno spazio vuoto, prima o poi qualcuno lo occuperà. La domanda allora non è soltanto: quanto crescerà Vannacci? La domanda vera è: perché tanti cittadini stanno cercando qualcosa di diverso? Prima dei sondaggi vengono le persone. Prima delle sigle i territori. Prima delle strategie la credibilità. Il consenso non si eredita. Si costruisce ogni giorno. Stando in mezzo alle persone.

Matteo Bellinato

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